Mercato del petrolio: ancora molta incertezza all’orizzonte

La settimana appena iniziata vede le quotazioni del Brent toccare i 108 dollari al barile. Un incremento di circa il 3% rispetto alla chiusura della scorsa settimana e di oltre il 50% rispetto ai livelli precedenti lo scoppio della guerra in Iran.

L’impennata dei prezzi del greggio riflette l’incerta evoluzione del conflitto in Medio Oriente che, al momento, non sembra vedere nell’imminente futuro una svolta positiva. Sempre più frequenti, infatti, sono le rappresaglie tra i diversi Paesi interessati dalla crisi. Lo scorso 10 settembre, droni iracheni hanno colpito l’oleodotto Petroline che trasporta la produzione saudita di petrolio dal Golfo Persico al Porto di Yanbu sullo stretto di Bab-El-Manded. Un canale, quest’ultimo, che, dopo la chiusura dello stretto di Hormuz, è diventato sempre più essenziale per consentire la continuità dei transiti di greggio e prodotti petroliferi raffinati dai Paesi del Golfo verso Asia e Occidente.

A seguito dei danni prodotti all’oleodotto dall’attacco iracheno, l’Arabia Saudita ha deciso di fermare il funzionamento dell’infrastruttura e al momento non è chiaro quanto tempo ci vorrà per ripristinarne la normale operatività. Si parla di giorni o anche di settimane. Attualmente, il regime saudita potrebbe ancora soddisfare la domanda di export per circa sette giorni avvalendosi delle scorte disponibili presso due porti egiziani. Qualora la Petroline non riprendesse a funzionare, una volta esaurite le giacenze in Egitto, verrebbero a mancare all’offerta mondiale di petrolio circa quattro milioni di barili di greggio al giorno pari a circa il 4% dell’export globale. Attualmente, l’Arabia Saudita ha ridotto già significativamente la propria produzione passando dai 10,9 milioni di barili al giorno di febbraio a 6,2 milioni di agosto. Un danno tutt’altro che trascurabile se si considera, che l’Arabia Saudita è il principale Paese esportatore di petrolio (14% dell’offerta globale) seguito da Stati Uniti e Russia (10%). Considerando, però, anche Emirati, Iran, Iraq e Kuwait, l’export di petrolio dalla regione del Golfo ammonta a circa il 30% delle esportazioni globali. Un dato che ben restituisce la rilevanza a livello globale degli effetti della crisi mediorientale e delle vicende che riguardano le principali infrastrutture energetiche dell’area.

L’ammanco di export saudita aggraverebbe una situazione già di per sé caratterizzata da sofferenza e, in particolare, da un eccesso di domanda che si riflette sulle quotazioni del greggio. L’ultimo rapporto mensile dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) evidenzia che per effetto degli elevati prezzi, la domanda globale di petrolio greggio si ridurrà nel 2026 di circa il 2% rispetto al 2025. Una contrazione che, tuttavia, non è sufficiente a compensare il declino della produzione mondiale stimato per il 2026: pari a circa il 6% rispetto al 2025 (-5,7 milioni di barili al giorno).

Ad aggravare la situazione, anche la riduzione attesa delle scorte globali di petrolio che dall’inizio della guerra ad agosto scorso si sono ridotte di circa 507 milioni di barili (-6% rispetto alle scorte di fine 2025).

Sul fronte dei prodotti raffinati, la crisi Medio Orientale, insieme anche al fermo delle raffinerie russe, determinerà, secondo l’AIE, una contrazione nella produzione globale pari a 2,6 milioni di barili al giorno ossia -2,5% rispetto al 2025. Si pensi che dall’inizio della guerra in Iran a oggi la produzione di prodotti raffinati e GPL del Golfo si è ridotta di circa il 60%.

I prezzi di benzina e gasolio per il trasporto sono il segnale più tangibile di questa situazione. Nel fine settimana i due prodotti hanno quotato, rispettivamente, sopra i 2,1 e 2,2 euro al litro. L’Italia è particolarmente esposta alla produzione mediorientale. Nel 2025, il 12% delle importazioni di greggio sono provenute proprio da questa area. Una percentuale che sale al 23% se si guarda all’import di prodotti raffinati e semilavorati. Benzina e gasolio importati dal Medio Oriente rappresentano circa il 35% dei consumi italiani.

La limitata disponibilità di capacità di raffinazione non aiuta certamente come accade, del resto, anche per altri Paesi europei. Ma non aiuta neppure avere limitato negli anni anche le attività di esplorazione e produzione di idrocarburi che, con il recente decreto accise, sembrano vedere uno spiraglio attraverso un tentativo di semplificazione degli iter autorizzativi. Basti pensare che circa l’85% delle lavorazioni delle raffinerie italiane nel 2025 ha riguardato greggio proveniente da altri Paesi.

Se per il breve termine le tensioni sui prezzi dettate dalla crisi mediorientale possono essere risolte soltanto con più spesa pubblica volta a sostenere i costi energetici di famiglie e imprese – entro i limiti imposti dalle esigenze di equilibrio del bilancio statale – per il lungo periodo servono investimenti.

In primo luogo, in infrastrutture di rete di trasmissione e distribuzione di energia elettrica per promuovere la diffusione del vettore elettrico negli usi finali unitamente all’incremento di capacità di generazione rinnovabile e sistemi di accumulo per rendere l’elettrificazione dei consumi sostenibili dal punto di vista economico e ambientale.

In questa direzione, una opportunità importante è rappresentata dalla deroga concessa dall’Unione Europea all’Italia sul patto di stabilità e che permetterà di beneficiare di 14 miliardi di euro in 3 anni per investimenti volti a favorire anche la decarbonizzazione dei consumi finali inclusi investimenti in capacità di generazione, reti e accumuli (Leggi il nostro articolo).

In secondo luogo, considerando che una quota di consumi energetici continuerà ad essere comunque soddisfatta anche nel lungo termine dalle fonti fossili, una riflessione su come agevolare il maggiore affidamento alla produzione nazionale di combustibili fossili e della loro raffinazione appare sempre più necessaria anche alla luce della precedente crisi ucraina.

Il presupposto di questo e altri interventi è però la certezza e la stabilità del quadro regolatorio a supporto degli investimenti necessari. Senza questo non può esservi redditività degli investimenti con il rischio di continuare a essere esposti alla sempre maggiore incertezza geopolitica con tutte le conseguenze sui prezzi energetici e, in ultimo, su inflazione e crescita economica del Paese.