0,7%. Questo il primo impatto sui prezzi del petrolio riconducibile agli stravolgimenti politici in Venezuela. Si tratta della riduzione registrata mercoledì scorso dal prezzo del Brent all’annuncio di Trump del raggiungimento di un accordo con Caracas per l’importazione di due milioni di barili di petrolio.
Il Venezuela è il primo paese al mondo per riserve petrolifere: nel 2024 circa 303 miliardi di barili pari al 16% delle riserve globali. Nonostante l’abbondanza di oro nero, le politiche di nazionalizzazione adottate dal 1976 in poi hanno progressivamente impoverito l’industria petrolifera portando a una costante riduzione della produzione che mai è tornata ai livelli degli anni Sessanta. È in particolare con l’Esecutivo Chavez che il declino dell’upstream venezuelano raggiunge i massimi livelli. Investimenti sempre più carenti nello sviluppo e manutenzione delle infrastrutture upstream e l’uso dei fondi della compagnia petrolifera di Stato per finanziarie l’attività politica del Governo hanno portato la produzione venezuelana dagli oltre tre milioni di barili al giorno del 1999 a circa novecentomila barili al giorno nel 2024 (pari all’1% della produzione globale).
Dato il potenziale produttivo del Venezuela, quello registrato sul Brent è un effetto di portata relativamente contenuto che riflette le incertezze percepite dai mercati circa i benefici netti dell’operazione americana. Per potere sfruttare pienamente i generosi giacimenti del Venezuela, e riportare la produzione del Paese al target degli ultimi anni Novanta, occorreranno centinaia di miliardi di dollari di investimenti e un orizzonte temporale non inferiore ai dieci anni per vederne i risultati. Questi investimenti potranno essere finanziati solo in parte con gli introiti della compagnia petrolifera venezuelana mentre il principale contributo dovrà arrivare da capitali internazionali, in primo luogo, quelli delle società petrolifere a stelle e strisce con interessi in territorio venezuelano. Ancora incerti appaiono inoltre gli esiti degli arbitrati pendenti tra queste imprese e Caracas e avviati a seguito alla nazionalizzazione dell’industria petrolifera venezuelana che ha lasciato un significativo patrimonio di asset confiscati e di crediti inesatti nelle mani delle società statunitensi. Sebbene le condizioni per una risoluzione celere e favorevole di queste controversie sembrino ora esserci, rimane da comprendere, dato lo scenario macroeconomico e politico in cui naviga il Paese, chi onorerà il saldo dei crediti non riscossi.
Certamente – sebbene nell’immediato con un impatto più limitato – l’oro nero del Venezuela fornirà una boccata di ossigeno ai consumi degli Stati Uniti che, con circa 20,5 milioni di barili è il principale consumatore al mondo di petrolio. Tuttavia, la Energy Information Administration prevede per il 2026 una crescita contenuta del fabbisogno americano di petrolio che dovrebbe raggiungere i 20,6 milioni di barili a fine anno con una punta di 20,8 milioni nel terzo trimestre. Inoltre, gli Stati Uniti sono anche il maggior produttore petrolifero al mondo.
A livello globale, tuttavia, la riduzione dei prezzi del petrolio continuerà a essere trainata per tutto il 2026 dalla persistente condizione di eccesso di offerta sul mercato petrolifero globale (fonti diverse stimano tra i 2-3 milioni di barili in eccesso rispetto ai consumi) determinata a sua volta dalla crescita delle riserve mondiali in conseguenza del rallentamento dei consumi globali. Nonostante la crescita attesa nel 2026 dei consumi di India, Cina e Medio Oriente, e in misura minore Stati Uniti, questa non avverrà, infatti, alla velocità di crescita della produzione mondiale. Con un mercato lungo che vede il Brent collocarsi per il prossimo anno in un range di prezzo non superiore ai 55$/bbl – 60$/bbl occorrerà inoltre capire quale potrà essere la redditività e lo stimolo, quindi, agli investimenti necessari per fare ripartire l’industria petrolifera venezuelana. Il rischio è quello che a tali condizioni di prezzo non ci siano i presupposti ottimali per realizzare tutti gli investimenti richiesti con un rallentamento delle tempistiche e della messa a frutto dei benefici per gli Stati Uniti del controllo delle risorse venezuelane. Non è un caso che le principali compagnie americane da Exxon Mobil, ConocoPhillips e Chevron abbiano chiesto un incontro con la Casa Bianca per ricevere garanzie sugli investimenti da mettere a terra in Venezuela. A beneficiare delle condizioni di prezzo contenute potrebbero tuttavia essere le imprese di raffinazione statunitensi per cui la EIA aveva stimato per il 2026 una riduzione dei margini per effetto, soprattutto, della ridotta produzione conseguente le sanzioni sul petrolio russo che potrebbe ora essere sostituito da quello venezuelano e per la cui raffinazione erano nate le raffinerie sulla costa del Golfo americano anche con specificità tecnologiche ad hoc per trattare il petrolio venezuelano denso di zolfo e particolarmente “pesante”.
Sui prezzi pesa, inoltre, l’incognita delle decisioni dell’OPEC che a gennaio ha confermato ancora una volta la scelta di novembre di mantenere stabile la produzione sino almeno al primo trimestre 2026 riservandosi tuttavia un approccio flessibile nel valutare se continuare su questa strada o invertire la rotta. Difficile previsione sebbene un sostegno ai prezzi nello scenario corrente si tramuterebbe in un favore alle imprese petrolifere americane chiamate a effettuare ingenti investimenti in Venezuela.
Paradossalmente, a essere favoriti dalla situazione di incertezza potrebbero essere due nemici degli Stati Uniti: Iran e Russia. I due Paesi, infatti, si candidano a sostituire il Venezuela nelle forniture cinesi. L’oro nero di Caracas copriva nel 2024 circa il 4% delle importazioni cinesi. Soprattutto la Russia con cui i rapporti si sono ulteriormente stretti – anche a seguito dell’accordo sul raddoppio del gasdotto Power of Siberia che trasporterà gas russo in Cina – e che ha l’esigenza di trovare acquirenti alternativi all’UE.
Quest’ultima che rappresenta circa l’11% dei consumi globali di petrolio ha deciso, come noto, di abbandonare le fossili e affidarsi all’elettrificazione dei consumi. Tutto questo nel mentre gli Stati Uniti e Cina non solo stanno ridisegnando i mercati globali del petrolio ma si contendono il controllo dei minerali critici per la transizione energetica e la difesa. Pechino controllando oltre l’80% della capacità produttiva e di raffinazione di larga parte di tali minerali, gli Stati Uniti mettendo gli occhi, dopo il Venezuela, sulla Groenlandia.