Dopo il recente rapporto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (trattato nell’ultimo SAFE Times), anche IRENA mette in guardia sulla necessità di aumentare gli sforzi a livello globale sulle reti elettriche.
Il mondo accelera sulle energie rinnovabili, ma non abbastanza per rispettare gli impegni assunti alla COP28 di Dubai. È questa la principale conclusione del rapporto IRENA Delivering on the UAE Consensus, elaborato in vista della COP31. Il nodo restano le reti, l’accesso al credito e i modesti risultati nell’ambito dell’efficienza energetica.
Il bilancio che illustra IRENA è ambivalente. Nel 2025 sono stati installati a livello globale 693 GW di nuova capacità rinnovabile, con un aumento del 15,5% rispetto all’anno precedente. La capacità mondiale ha raggiunto 5,15 TW. Tuttavia, per arrivare agli 11,2 TW previsti nel 2030, nei prossimi cinque anni sarebbe necessario installare mediamente circa 1,2 TW all’anno, quasi il doppio rispetto al risultato del 2025.
Se il ritmo attuale rimarrà invariato, nel 2030 avremo un gap di 0,6 TW rispetto all’obiettivo. Il divario si è ridotto, ma non è ancora colmato. La questione, secondo IRENA, non è più soltanto la competitività delle tecnologie di generazione elettrica da fonti rinnovabili. Ma è la capacità dei sistemi elettrici, delle infrastrutture di rete e delle politiche pubbliche di sostenere una crescita tanto rapida.
Il fotovoltaico è il principale motore della trasformazione del parco elettrico globale. Nel 2025 ha rappresentato circa tre quarti delle nuove installazioni, con 513 GW aggiunti e una capacità complessiva di 2.388 GW. Anche l’eolico ha registrato un anno record, con 158 GW di nuova potenza, mentre l’idroelettrico ha aggiunto 18,3 GW. Tuttavia, osserva IRENA, occorre fare i conti con la limitata programmabilità di queste fonti.
Per questo la transizione non può essere misurata soltanto in gigawatt installati. Servono accumuli, interconnessioni, servizi di demand-response, generazione termoelettrica e reti più capienti e intelligenti. Nel 2025 sono stati installati circa 112 GW di batterie, pari a 307 GWh, con un aumento del 48% della potenza rispetto al 2024. I costi delle batterie, secondo il rapporto, sono crollati del 95% dal 2010, fino a circa 140 dollari per kWh.
È una dinamica positiva, ma non risolutiva. Le batterie rispondono soprattutto alle esigenze di flessibilità giornaliera del sistema elettrico e, nel lungo periodo, non possono sostituire integralmente le reti, i sistemi di pompaggio e gli impianti termoelettrici.
Ma anche un maggiore sforzo sull’efficienza energetica. Nel 2025 il miglioramento dell’intensità energetica è stato dell’1,7%, contro il 4% annuo indicato dall’accordo di Dubai. Per recuperare il terreno perduto, il tasso di crescita dovrebbe salire al 5,6% medio annuo tra il 2026 e il 2030. Servono quindi maggiori sforzi in termini di riqualificazione degli edifici, standard più severi per il trasporto ed elettrodomestici, processi industriali più efficienti, e una gestione intelligente dei consumi.
L’elettrificazione rappresenta uno degli strumenti principali. Secondo il Rapporto, un veicolo elettrico trasferisce alle ruote oltre il 77% dell’elettricità utilizzata, contro il 12-30% dell’energia contenuta nella benzina trasformata in movimento da un motore termico. Le pompe di calore possono fornire più energia termica di quanta elettricità consumino.
Ma elettrificare non significa automaticamente decarbonizzare. Se l’elettricità aggiuntiva viene prodotta da fonti fossili, il beneficio climatico si riduce. Inoltre, l’elettrificazione richiede reti adeguate e investimenti upfront. Il calo del 2% nelle vendite mondiali di pompe di calore residenziali nel 2025, a 14,1 milioni di unità, dimostra che la convenienza teorica non elimina gli ostacoli legati ai costi di investimento e agli elevati prezzi dell’energia.
Uno dei temi più diffusamente affrontati nel rapporto riguarda le reti elettriche. A livello mondiale, circa 2.500 GW di progetti rinnovabili, di accumulo e di grandi carichi sono in attesa di connessione. Nell’Unione europea la capacità in attesa di connessione supera i 700 GW.
Secondo IRENA, i fenomeni di curtailment in Germania, Francia e Paesi Bassi hanno riguardato complessivamente 3,9 TWh nel 2025, il 21% in più rispetto all’anno precedente. Nel Regno Unito il curtailment eolico è salito a circa 10 TWh, contro 3,8 TWh nel 2020.
Questi dati smentiscono l’idea che basti installare rapidamente pannelli e turbine. Senza capacità di trasporto, accumulo e gestione della domanda, l’energia pulita rischia di essere prodotta nel posto o nel momento sbagliato.
Secondo IRENA, tra il 2026 e il 2030 serviranno fino a mille miliardi di dollari l’anno per reti e flessibilità: circa 800 miliardi per l’espansione e la modernizzazione delle reti e fino a 200 miliardi per gli accumuli. Nel 2025 gli investimenti si sono fermati a circa 525 miliardi.
Le reti richiedono quindi una pianificazione stabile, meccanismi di remunerazione adeguati e tempi autorizzativi compatibili con quelli degli impianti di generazione.
Un altro elemento decisivo al raggiungimento degli obiettivi indicati alla COP di Dubai è il costo del capitale. Secondo IRENA, le condizioni specifiche dei singoli Paesi – rischio sovrano, stabilità regolatoria, rischio valutario, inflazione e profondità dei mercati finanziari – spiegano circa il 56% della variazione dei costi di finanziamento.
La conseguenza è chiara: la riduzione del prezzo dei pannelli o delle turbine non rende automaticamente uniforme la transizione. Un impianto solare può essere molto competitivo in Cina o in un Paese dell’OCSE e risultare assai più costoso in Africa o in altri mercati emergenti, semplicemente perché il denaro costa di più e il rischio è maggiore.
Nel 2025 il 90% della nuova capacità rinnovabile utility-scale è risultato più economico della nuova generazione fossile. Ma il valore è fortemente influenzato dalla Cina, che concentra una quota elevata delle installazioni e dispone di filiere integrate e finanziamenti meno costosi. Escludendo la Cina, il costo medio del solare salirebbe a 55 dollari per MWh e quello dell’eolico onshore a 51 dollari.
La politica energetica dovrà quindi concentrarsi anche sulla riduzione del rischio nei Paesi emergenti. Senza questi interventi, gli investimenti continueranno a concentrarsi in pochi mercati. Come dimostrano i dati a livello geografico: Asia, Europa e Nord America rappresentano l’86% della capacità rinnovabile installata. L’Asia ha realizzato il 74% delle nuove installazioni nel 2025, soprattutto grazie alla Cina. L’Africa ha registrato una crescita record, con 11,3 GW aggiunti, ma partendo da un livello iniziale più contenuto e con livelli ancora insufficienti di accesso all’elettricità. Il Medio Oriente è cresciuto del 29,2%, ma dispone appena di 57 GW di capacità rinnovabile.
Questa geografia rivela una contraddizione: i Paesi con il maggiore potenziale solare ed eolico e con la domanda elettrica più dinamica sono spesso quelli che sostengono i costi finanziari più elevati e dispongono delle infrastrutture di rete più fragili.
Il Rapporto IRENA dà un messaggio chiaro: per raggiungere l’obiettivo della COP28 di triplicare a 11 TW la capacità di generazione elettrica rinnovabile al 2030 non basta realizzare GW aggiuntivi. Servono reti per accogliere la produzione elettrica incrementale e favorire elettrificazione ed efficienza energetica, servono strumenti di derisking e interventi politici per una sua distribuzione geografica “più equa”, efficiente ed efficace, serve diversificare il rischio negli approvvigionamenti dei semilavorati, materie prime critiche e prodotti finiti per la decarbonizzazione.
Di questo ne parleremo nella Cerimonia di chiusura della 27ª edizione del Master SAFE “Mission Possible: Energy Transition Tecnologie, infrastrutture e competenze per ottimizzare la sicurezza e i costi energetici” che si terrà il 28 ottobre prossimo a Milano.